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Il bello della rinuncia

Rinunciare a qualcosa che si ha è come rinunciare a volerlo avere?

Ovviamente non è  la stessa cosa.

In che misura però il valore dei due atteggiamenti può essere assimilato?
Quale la differenza, se vi è, nelle due diverse esperienze?

Gautama Buddha prima di divenire l'illuminato profeta dell'omonima religione era un ricco principe indiano. Anche San Francesco, fondatore di un ordine religioso dedicato alla povertà e alla vita quasi ascetica era il figlio di un ricco commerciante che addirittura cambiò il nome del figlio dall'originale Giovanni a Francesco in onore della Francia suo partner commerciale.

Dunque due esempi di rinuncia a qualcosa che già si ha.

Anche l'induismo propone il Sannyasa, dal sanscrito Saṃnyāsa, "rinuncia", "abbandono",  in cui occorre rinunciare ai beni materiali per dedicarsi interamente al proprio cammino spirituale e chi è entrato nello stadio del sannyasa è definito sannyasin, rinunciante.

Ma  possiamo dire che chi non ha niente e rinuncia a procurarsi qualcosa di più, rinuncia a ricercare la ricchezza, sta facendo la stessa scelta? E' anch'egli un "rinunciante"?

Una risposta onesta potrebbe essere: "dipende".
Dipende dalle premesse della sua scelta.
Sono premesse di accettazione o sono premesse di rassegnazione?
Vi è gioia o tristezza nel fare ciò?
Vi è riconoscimento del valore di quanto già si ha, per cui l'attenzione non va continuamente a ciò che manca ma piuttosto a ciò che già è presente nella propria vita?

Ma forse l'aspetto che più distingue le due situazioni è che nel primo caso vi è il superamento dell'attaccamento, cosa che nella seconda situazione è sicuramento meno presente.

Un'altra questione utile al nostro ragionamento: chi rinuncia a qualcosa che ha viene dunque a ritrovarsi nella stessa situazione di chi non la ha mai avuta e vi ha rinunciato "ab origine"?

Affermare ciò crerebbe una gerarchia cara alla visione del cristianesimo per cui i poveri sono di fatto avvantaggiati nel percorso di evoluzione personale verso la beatitudine del paradiso (non citerò la famosa e abusata parabola del cammello e della cruna dell'ago ...) per cui sembra che chi rinuncia a ciò che ha ottenga il risultato di ritrovarsi nella felice e già evoluta condizione di chi non lo ha mai avuto...

Anche ammettendo ciò, posto che il valore della rinuncia a qualcosa che si possiede è diverso dalla rinuncia tout-court a possedere qualcosa, forse il cercare di possedere qualcosa è la sola via per poter fare una utile  enecessaria epserienza evolutiva.

Superare l'attaccamento non lo si ottiene rinucniando ad avere qualsoa a cui attaccarsi, ma piuttosto staccandosi da qualcosa che già si possiede ...

E poiché questo difficilmente è un calcolo cosciente che viene fatto a priori, né vi è in quel momento la chiara consapevolezza del proprio fine, propongo di noni giudicare che cerca di possedere qualcosa in nome del valore della rinuncia intesa come mancanza di obiettivi materiali, in considerazione della possibilità che quella persona avrà di fare un'espereinza di rinuncia intesa come non attaccamento .

Forse due diverse strade per lo stesso obiettivo, poiché, come dice Vivekananda tutte le vie sono come i raggi di una ruota che portano allo stesso centro ...