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Paure, fobie, ossessioni

 Rebirthing: il superamento delle paure attraverso la rielaborazione del trauma della nascita.

Relazione presentata al convegno Paure, fobie, ossessioni, un approccio multidisciplinare tenuto a Roma l'8 giugno 2002.

Perché la nascita?
Come dimostrano le numerose indagini sulla vita prenatale, il nascituro è un essere in via di formazione che già nell’utero apprende, si forma, cresce e struttura le sue capacità difensive e di adattamento. Si è osservato già verso la nona settimana di gravidanza lo svilupparsi nell’embrione della funzione di difesa e di allarme, reazioni strettamente collegate alla paura.
L’esperienza viene vissuta attraverso l’intera struttura biopsichica del feto e consiste in questa fase nel rapportarsi e reagire alle caratteristiche dell’ambiente uterino ma soprattutto al nutrimento che attraverso la placenta perviene dalla madre al feto e che non consiste solo di elementi di natura organica ma avviene anche con i comportamenti, le abitudini di vita, le emozioni ed i pensieri stessi che la madre vive.
La rabbia e la paura hanno tuttavia i loro prototipi soprattutto nella nostra esperienza di nascita. Arrivando verso il termine della gravidanza il bambino riceve una serie di stimoli e segnali che gli danno sempre più la sensazione che il conto alla rovescia è iniziato.
E’ interessante notare come il termine angoscia deriva dal latino “angustia” = stringimento.
L’angoscia non ha spesso nessun legame con qualcosa di immediatamente percettibile: è in un certo senso angoscia del niente che si manifesta come un’attesa opprimente, il timore di qualche cosa che potrebbe succedere, vissuto in uno stato di completa tensione.

Ossessione deriva dal latino “obsidere” = assediare che vuol dire tenere sotto il proprio controllo, ma anche circondare senza via d’uscita. L’ossessione è qualcosa che ci “costringe” , ancora stringere, qualcosa di compulsivo, dal latino “compellere”, che significa ancora una volta stringere. “Devo, devo , devo … uscire di qui. Non posso più aspettare. Non so cosa c’è là fuori ma io di qui devo uscire, non posso restare qui!”.

Mentre nella prima metà della gravidanza il “contenitore” dell’embrione cresce proporzionalmente più dell’embrione stesso garantendogli uno spazio per lui quasi “illimitato”, nella seconda parte della gestazione la sensazione diventa invece quella di un universo che si restringe intorno a lui, lentamente, inesorabilmente, fino al giorno in cui il bambino si ritrova … “in prigione”. Una cella così stretta che il corpo del prigioniero ne tocca tutte le pareti contemporaneamente.

Cosa fare se non accettare, sottomettersi con la inconscia saggezza che tutto questo un giorno finirà, non sa quando o come, ma sente che la situazione è solo momentanea e qualcosa succederà. L’ultimo mese della gravidanza questa prigione è scossa da un’onda che si ripete ancora e ancora … Le contrazioni dell’utero preparano il bambino alle doglie che saranno dieci volte più intense, ma questo lui non lo sa … o forse lo sa …

Fino a quando la prigione diventa marasma, le pareti si stringono ancora, la cella diventa un tunnel ed il tunnel imbuto. A questo proposito è interessante notare come oltre alla più banale fobia dei tunnel (ad esempio di quelli stradali) od altre forme di claustrofobia, anche il disagio di chi prende l’aereo è più spesso causato dalla riattivazione di memorie perinatali causata dalla forma lunga e stretta della fusoliera piuttosto che dall’improbabile preoccupazione per l’altitudine, di cui non si ha peraltro una chiara coscienza una volta a bordo. L’unica possibilità per il bambino è di tuffarsi in quelle tenebre con un senso di possibile annientamento. Ma come può sapere che più le tenebre diventano fitte più la luce si avvicina?

Fino a quando l’universo scoppia investendolo di sensazioni nuove, la luce, i suoni, la gravità, la temperatura, il contatto. E’ senza dubbio la nascita l’evento della nostra vita più carico di stimoli sensoriali in una nuova forma di interazione con l’ambiente e con soggetti diversi dalla madre con la quale fino ad allora abbiamo vissuto in un rapporto simbiotico totalizzante ed è durante questa prima fase della nostra vita che molte paure trovano la loro origine, per poi manifestarsi in connessione analogica con altre esperienze successive. 

Come superare i condizionamenti del trauma di nascita?
Primo: prendere coscienza di sé. Una coscienza completa deve comportare la percezione del nostro stato non solo mentale ma anche emotivo e delle sue manifestazioni di carattere somatico. Più siamo coscienti, più siamo in grado di ascoltare la conversazione che si svolge fra i livelli autonomi e subconsci dell’unità corpo-mente in cui si svolgono funzioni essenziali come ad esempio il respiro.

Secondo: accedere alla rete psicosomatica per liberarsi da questi blocchi, come ad esempio le paure, superando le esperienze ed i condizionamenti del passato non solo intellettualmente ma rilasciandoli dalla struttura somatica stessa che scarica la tensione e ci permette di riconoscere la fondamentale illusorietà di una “programmazione” che fino a quel momento avevamo considerato intangibile.

E’ questa in sintesi ciò che è stata definita dal mistico Krishnamurti “la tecnica della comprensione liberatrice”, che consiste nell’essere consapevoli del motivo che ci spinge all’azione, che determina gli stati condizionati in modo integrale, cioè pervasi dall’emozione di un’esperienza rendendosi conto di questo stato. La comprensione dei nostri schemi, e delle nostre paure, deve però sorgere mentre l’emozione è ancora smossa dall’urto subito, poiché quando questa ha riguadagnato il suo equilibrio, specularci sopra intellettualmente non apporta grandi benefici. 
Senza giudicare, senza nemmeno il desiderio di liberarcene, soltanto rendendoci conto di questo processo portato alla luce della coscienza dal respiro, noi facciamo sì che cessi di esistere e la sua illusorietà appaia con chiarezza perdendo ogni potere.

Il respiro, il Rebirthing.

La centralità del processo respiratorio è un elemento comune che percorre trasversalmente la cultura orientale e quella occidentale e che collega la medicina tradizionale con le moderne tendenze bioenergetiche.
Il respirare é sinonimo della vita stessa, dell’esistenza biologica ma anche della condizione psicofisica dell’individuo, della sua voglia di essere vivo e vitale come del suo desiderio di essere in relazione con l’ambiente e con gli altri individui. Il respiro dunque non solo strumento di purificazione del nostro organismo (circa il 70 per cento del totale delle scorie prodotte viene eliminato nell’interscambio polmonare) e di acquisizione della nostra principale fonte energetica, che non è il cibo ma l’ossigeno presente nell’atmosfera.
Mentre la ricerca più avanzata converge nell’indicare un’origine psicosomatica per molti disturbi del nostro tempo, si trova conferma che la prima e più importante reazione dell’organismo avviene a livello della respirazione e tutto ciò che interferisce con il nostro respiro porta con sé un’emozione tipicamente negativa.
Di fronte alla tensione ed allo stress si trattiene involontariamente il respiro irrigidendosi; una respirazione limitata può indurre stati depressivi e predisporre a molti disturbi. Nel caso delle crisi di panico, ad esempio, il rapporto tra respiro e squilibri di energia, la respirazione ed i sintomi, è chiarissimo ed i risultati ottenuti rieducando al respiro sono spesso rapidi e sorprendenti.

Un modo efficace per accedere alla rete psicosomatica del nostro corpo è costituito dalla respirazione circolare e consapevole chiamata Rebirthing. 
La caratteristica principale del Rebirthing è di essere una tecnica respiratoria che si basa sull’apertura ad un flusso di respiro profondo, completo e ininterrotto mentre il corpo è in uno stato di rilassamento. Durante la seduta di respirazione le tensioni sono rilasciate e le conclusioni negative che tratteniamo ad un livello della memoria generalmente inaccessibile sono riconosciute dall'io adulto e liberate con straordinari ed istantanei cambiamenti dell’atteggiamento esistenziale. 
Il Rebirthing ci consente dunque di accedere ed elaborare il nostro imprinting primario, che comprende anche la paura come azione di prevenzione finalizzata alla sopravvivenza.

La paura come memoria all’interno dell’imprinting primario.

Esiste un nesso molto stretto fra emozione e memoria e la paura, ricordiamolo, è un’emozione. Uno degli scopi più importanti delle emozioni da un punto di vista evoluzionistico, è proprio aiutarci a decidere cosa occorre ricordare e cosa invece si può dimenticare. Quello che viviamo sotto forma di emozione è anche un meccanismo per attivare un particolare circuito neuronale, contemporaneamente nel cervello e nel corpo, che genera un comportamento conseguente con tutti i necessari cambiamenti fisiologici richiesti.

Cambiare la nostra mente non è un problema fintantoché i pensieri sono accessibili. Ogni volta che impariamo qualcosa stiamo in fondo cambiando la nostra mente. In molte delle nostre azioni ci rifiutiamo però di imparare dall’esperienza presente perché rimaniamo aggrappati al passato, anche se obiettivamente quella non era stata un’esperienza positiva, essendoci in noi la paura che se cambiamo non sopravviveremo.

Quando ci rendiamo conto che qualcosa in noi o in un’altra persona non viene intaccato né da una suadente persuasione, né da un ragionamento ineccepibile e nemmeno da un dolore fisico, possiamo essere sicuri che stiamo avendo a che fare con qualcosa oltre la nostra coscienza, probabilmente qualcosa che è nel sistema limbico e che riguarda le istruzioni primarie su ciò che ci serve per sopravvivere, ovvero il nostro imprinting.

Possiamo definire quest’ultimo come l’assegnazione automatica ad un evento di una particolare valenza positiva o negativa. Le regole alla base della nostra valutazione sono molto semplici: diamo un valore positivo a tutto ciò che accade quando nasciamo e sopravviviamo; questi imprint primari targano certi eventi come “buoni”. Qualunque siano state le condizioni fisiologiche e psicologiche, le marchiamo come necessarie alla sopravvivenza e dunque sicure e desiderabili anche se, da un punto di vista razionale e analitico quelle condizioni sono oggettivamente “svantaggiose”. Diamo invece un valore negativo agli eventi che sono il logico opposto alle nostre prime esperienze e che ci fanno dunque sentire insicuri e ansiosi quando non stiamo riproducendo quelle condizioni che abbiamo identificato come funzionali alla sopravvivenza tanto da arrivare al paradosso che, se la nostra nascita è stata particolarmente traumatica, “c’è qualcosa che non va quando non ce niente che non va”!

E’ dunque difficile cambiare la nostra risposta alla vita senza cambiare anche l’imprinting primario, che coinvolge anch’esso le emozioni, e appare normalmente immutabile soprattutto perché è apparentemente oltre la nostra comprensione cosciente e non ci è possibile ridefinire questi parametri con scelte consapevoli. Non possiamo raggiungerli parlandone. Non possiamo ricordarci le circostanze nelle quali sono stati generati poiché allora eravamo in una condizione piuttosto differente e tali memorie sono considerate “stato dipendenti”.

Per le sue caratteristiche anche la paura può essere considerata una memoria “dipendente dallo stato” ovvero richiamabile alla coscienza solo riproducendo le condizioni fisiologiche ed emozionali in cui si trovava l’individuo quando si è formata inizialmente. Possiamo comprendere meglio questo fenomeno se consideriamo che tutte le reazioni emotive sono mediate dal nostro sistema nervoso automatico attraverso la produzione di sostanze chimiche (come ad esempio acetylcolina, adrenalina e noradrenalina) ed implicano un cambiamento nel numero di battiti cardiaci nel ritmo del respiro e nella sua ampiezza, nella circolazione sanguigna, nella secrezione ghiandolare, nella digestione, ecc..

Lo stato fisiologico del bambino in una nascita normale è comunque particolare: una recente ricerca della Dr. ssa americana Eve Jones pone un particolare accento sull’elevato numero di globuli rossi nel sangue che costituiscono un cuscino per l’intervallo fra il periodo nel quale riceviamo l’ossigeno attraverso la placenta e il momento in cui cominciamo a respirare autonomamente. Mai più nella nostra vita ne avremo una tale abbondanza e cominceremo a perderne milioni già nei giorni seguenti al parto. Un effetto dell’attivazione del sistema simpatico è quello di aumentare la respirazione e la circolazione così che tutti i globuli rossi portano più ossigeno ai muscoli e prelevano più anidride carbonica e la profondità della respirazione, l’equilibrio acido-basico nel sangue e la pressione sanguigna sono fattori che influenzano la velocità con la quale un singolo globulo rosso scambia la sua emoglobina ridotta con nuova emoglobina ossigenata.

Possiamo dunque ricreare nel nostro corpo condizioni fisiologiche simili a quelle presenti nel momento in cui noi registriamo i parametri per la nostra sopravvivenza aumentando la respirazione in modo cosciente senza però alcuna attivazione muscolare, ma provocando un’attivazione del sistema nervoso simpatico. Consentiamo così alla mente di ripercorrere a ritroso il nostro film fino alle prime immagini di quando abbiamo costituito il nostro sistema di valori iniziale e rendendo dunque disponibili alla nostra analisi le memorie e i valori che abbiamo registrato e conservato nel nostro sistema limbico.

In conclusione vi sono diverse situazioni che ci consentono di intervenire sul nostro imprinting primario. Può accadere spontaneamente in seguito ad una esperienza mistica o se abbiamo la disavventura di sperimentare una situazione drammatica nella quale la nostra vita viene messa in pericolo o ancora grazie all’alterazione dello stato di coscienza indotta dall’uso di certe droghe psichedeliche. 
Oppure attraverso questo semplice esercizio di respirazione chiamato Rebirthing, nel quale ricreiamo uno stato fisiologico che ci consente di accedere al nostro imprinting primario attraverso la nostra mente cosciente. E nel qui e ora possiamo permetterci di trasformare quelle istruzioni che ci siamo dati allora per sopravvivere ma che con il tempo si sono dimostrate limitanti, impedendoci di creare per noi una realtà di autorealizzazione.

 

Bibliografia consigliata:
Gunnel Minett, Respirare bene fa bene allo spirito, MEB, 1996
Eve Jones, The dancing breath, Los Angeles.
Gino Soldera, Le emozioni della vita prenatale, Macro edizioni, 2000
Ludwig Janus, Come nasce l’anima, Ed. Mediterranee, 1997
Peter W. Nathanielsz, Un tempo per nascere, Bollati Boringhieri, 1995
Frederick Leboyer, Diario di una nascita, Fabbri, 1996
Candace B. Pert, Molecole di Emozioni, Corbaccio, 2000