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La nascita come chiave di libertà

La nascita come chiave per la libertà

Le più moderne ricerche della psicologia pre-natale e perinatale stanno evidenziando sempre più la grande influenza sulla vita di adulti di quello che viene definito come il nostro “scenario di nascita”.
Vediamo in cosa consiste: immaginiamo di avere a disposizione il film della nostra nascita e di poter rivedere alla moviola ogni dettaglio della scena (diciamo più o meno dalle doglie alla prima poppata) con particolare attenzione alla modalità del parto ma considerando anche le azioni, i comportamenti, e addirittura i pensieri e le emozioni di tutte le persone presenti a vario titolo in quei momenti.
Ebbene, quella speciale sensibilità che la natura ci mette a disposizione in questa prima delicata fase della vita, ci rende assolutamente consapevoli di tutti questi elementi che addirittura viviamo e sentiamo come appartenenti alla nostra stessa sfera esistenziale, mancando allora quella distinzione fra l’io e il non-io che si svilupperà solo successivamente verso il secondo-terzo anno di vita.
In questa dimensione di “globalità” fuori dal grembo materno, a noi ancora sconosciuta e piena di nuovi stimoli, si attiva il cosiddetto “imprinting”, ovvero quel meccanismo biologico che ci porta a distinguere tutto ciò che dalla nostra esperienza e dal feedback ambientale/relazionale risulta utile e vantaggioso per la nostra sopravvivenza, rispetto a quelle situazioni e quei fattori che invece sembrano rappresenta una minaccia ad essa.
Già la modalità stessa con cui viene al mondo, costituisce per il neonato una prima indicazione su cosa è necessario fare per vivere, o meglio, per uscire da una fase di preparazione co-gestita in modo quasi simbiotico insieme alla madre, e passare alla nuova dimensione della esistenza, più indipendente anche se non ancora del tutto autonoma.
Come si è svolto tutto ciò? Con quali tempi e modalità? Sono stati utilizzati particolari accorgimenti? In quali circostanze ambientali? Con la presenza di quali persone? Come siamo stati accolti? Come è stato il primo respiro? E molte altre possibili domande.
La riuscita di questa prima “prova” dà al neonato anche un primo feedback sulla propria capacità di affrontare e portare a termine da solo un processo di cambiamento così importante, che ha il significato profondo del riuscire a manifestarsi da soli nella vita, ma costituisce anche una indicazione sulla propria capacità di concludere e completare da soli nuove iniziative e nuovi progetti.
Ecco dunque che cominciano a formarsi dentro di noi le prime importanti “convinzioni” (il cosiddetto “imprinting primario”) su cui si baseranno, a cascata, tutte quelle sviluppate successivamente e che, se non elaborate e integrate da una crescita idealmente equilibrata, possono accompagnarci per tutta la vita, condizionandola pesantemente.
L’imprinting primario, infatti, è, come abbiamo detto, un fondamentale meccanismo di apprendimento finalizzato alla sopravvivenza dell’individuo, ma i parametri su cui esso si basa sono riferiti a circostanze della nostra vita del tutto particolari, essendo nella primissima fase della nostra esistenza (detta anche di “prematurità extrauterina”) del tutto dipendenti dagli altri (dalla madre in primis, ma non solo lei) per il nutrimento, la difesa ed il generale accudimento e sostentamento. E’ chiaro allora che se tali impostazioni biologiche diventano i riferimenti inconsci nelle nostre decisioni anche da adulti, essi saranno assolutamente limitanti e non adeguati alle nostre mutate condizioni ed esigenze di vita.
Che essere abbandonati equivalga al rischio di morire (per mancanza di nutrimento) è sicuramente vero appena nati, ma non può essere ragionevolmente sostenuto una volta divenuti individui adulti. Eppure quanta ansia, quanta paura, addirittura panico, per molte persone al solo pensiero di staccarsi dalla famiglia di origine, di essere lasciate dal partner, o, in generale, di uscire da una situazione relazionale che idealmente rappresenta per noi la sicurezza della sopravvivenza!
L’altro aspetto importante da considerare a proposito dell’imprinting, è che esso non si installa nella parte del cervello alla quale abbiamo normalmente accesso con le nostre analisi ed i nostri ragionamenti, tanto che la dottoressa americana Eva Jones (una delle prime e più famose insegnanti di Rebirthing) afferma: “quando né una dolce persuasione, né un acuto ragionamento riescono a farci cambiare modalità di comportamento, molto probabilmente abbiamo a che fare con un imprinting primario”.
Si ritiene che la registrazione di tali meccanismi avvenga infatti nel “cervello limbico” al quale normalmente non abbiamo un accesso diretto e consapevole, ma solo inconscio ed automatico, ma recenti studi accreditano anche la tesi che in realtà le sostanze informazionali che costituiscono l’imprinting e le memorie di questa prima fase della vita siano più genericamente diffuse anche nel resto del corpo, non presenti dunque solamente nel cervello.
Ecco perché per accedere a tali memorie e liberarsi dal loro influenzamento, può risultare efficace una tecnica come il Rebirthing, basata sulla antica pratica di respirazione del Pranayama, che, con il suo effetto sulla chimica dell’organismo, attraverso la produzione di ormoni ed altre sostanze organiche, e fornendo mediante il respiro una maggiore quantità di ossigeno, e dunque di energia, al corpo, può raggiungerle e permetterne il rilascio con la successiva integrazione nella consapevolezza dell’adulto.
Relativamente allo scenario di nascita, dopo aver appreso queste ulteriori informazioni, possiamo allora passare ad una attenta analisi dei suoi elementi più caratterizzanti, per scoprire come, in effetti, le convinzioni inconsce che avremmo potuto trarre in tali circostanze possano essere ancora oggi operanti dentro di noi, influenzando il nostro comportamento e le nostre reazioni.
Prendiamo il caso, oggi molto comune, di una nascita con parto cesareo. Di fatto il nascituro non ha portato a termine tale processo da solo ma c’è stato un intervento esterno che “ha dato un taglio” alla situazione e “lo ha tirato fuori” dal grembo materno.
Userò il virgolettato per quelle espressioni che, sorprendentemente, sono spesso utilizzate dalle persone nate con questa modalità per descrivere certe loro situazioni abituali.
Dunque, c’è stato qualcuno che è intervenuto dall’esterno, una terza persona, per consentire il completamento della nascita. Già a questo punto potremmo trarre qualche conclusione sulle possibili convinzioni del nascituro, ma facciamo prima una ulteriore importante considerazione: il taglio cesareo si è reso necessario per dare sbocco ad una situazione di emergenza nel momento del travaglio o era stato programmato, magari per ridurre il costo della degenza in una clinica privata o per essere eseguito entro l’anno solare, così da poter scaricare le spese mediche con la prossima dichiarazione dei redditi, come avviene in certi paesi?
E’ ovvio come nel primo caso si sia trattato di un “salvataggio”, un “provvidenziale e inaspettato” intervento esterno che ha tolto il nascituro da una situazione di difficoltà o addirittura di vero e proprio pericolo, mentre nel secondo caso è stato sicuramente un intervento un po’ più … “manipolatorio”, una “imposizione esterna” poco rispettosa dei tempi e delle scelte del nascituro.
Torniamo alle possibili convinzioni che tali circostanze possono generare nel soggetto. Una potrebbe essere appunto che per riuscire a “nascere”, a “vivere” a “completare un progetto o una attività” c’è bisogno di un intervento esterno perché io da solo “non ce la faccio”, arrivo ad un passo dalla fine poi “mi blocco” o “resto bloccato” o “finisco le forze”, insomma: mi fermo.
E’ a quel punto però che “inaspettatamente” arriva qualcuno che “mi da una mano” a finire, che “mi tira fuori” da quella situazione, in generale “che mi aiuta”, perché “da solo non riuscivo a finire”.
Rispetto a questa possibile convinzione (“da solo non ce la faccio”) è possibile sviluppare però due atteggiamenti opposti, favoriti anch’essi dalle specifiche caratteristiche dell’esperienza vissuta. Se è stata una esperienza non eccessivamente traumatica ed è avvenuta per risolvere una situazione altrimenti già compromessa, facilmente si manifesterà una tendenza ad accogliere e fare propria questa modalità, accettando l’esperienza del necessario aiuto esterno con conformismo, senza lottare contro di esso, anzi, aspettandoselo e addirittura pretendendolo.
Se invece l’esperienza dell’intervento chirurgico è stata in qualche modo vissuta come un trauma, o una innaturale imposizione, o una forzatura non veramente necessaria e non rispettosa dei normali tempi di completamento, allora facilmente si svilupperà un atteggiamento di opposizione e ribellione che porterà l’individuo a rifiutare qualunque aiuto, qualunque intervento esterno per “farcela da solo”, per “riuscire a finire senza aiuti”, per “arrivare in fondo ad ogni costo”, ecc..
Ecco come di fronte ad una stessa esperienza sia dunque possibile posizionarsi ai due estremi di un approccio alla vita che vede da un lato il “non ce la faccio da solo, devo essere aiutato” e dal lato opposto il “non voglio essere aiutato, devo farcela da solo”.
Possiamo veramente affermare che uno sia giusto e l’altro no, o che uno sia più conveniente dell’altro?
In realtà, presentano entrambi vantaggi e svantaggi. Non permettersi di realizzare e portare a compimento qualcosa da soli ci priva della soddisfazione del e del riconoscimento delle nostre capacità individuali e ci mette in una condizione di dipendenza dagli altri, certo ha il vantaggio rappresentato dall’aiuto esterno e dal poter contare su tale sostegno.
Perseguire caparbiamente un obiettivo senza voler accogliere l’aiuto altrui ci permette sicuramente di far crescere e sviluppare i nostri talenti e ci garantisce la soddisfazione di essere gli unici artefici del nostro successo, ma quanta energia impiegata e quanta fatica a fare sempre tutto da soli! Senza contare che a volte beneficiare della maggiore esperienza altrui ci permetterebbe di ottenere risultati migliori!
Divenire consapevoli di come ci posizioniamo lungo questa “scala” e di quali sono le nostre profonde convinzioni primarie, ci fornisce una direzione per un percorso di crescita ed evoluzione personale che passa necessariamente attraverso il permettersi anche una modalità opposta a quella abituale, scoprendo che non solo essa non presenta alcun rischio o pericolo per noi (così come inconsciamente invece percepiamo) ma, anzi, è talvolta più utile e vantaggiosa.
Abbiamo considerato in modo sintetico solo uno degli aspetti di un ipotetico scenario di nascita con parto cesareo. Molto si potrebbe dire ancora sulle condizioni fisiche del bambino, sull’anestesia praticata, sulla presenza del medico o di una ostetrica, sulle fasi successive all’intervento (taglio del cordone ombelicale, induzione del primo respiro, lavaggio, ecc.), ed ognuno di questi fattori, nella sua specifica modalità, può essere all’origine di una particolare convinzione del nuovo venuto, ma per il momento fermiamoci qui.
Concludendo, un individuo adulto, maturo, che ha elaborato ed integrato l’influenzamento del proprio imprinting primario, dovrebbe poter scegliere in ogni situazione ciò che è meglio per lui in quel momento: ovvero se procedere autonomamente fino al completamento o ricorrere all’aiuto esterno. Questa indifferenza neutrale ci metterebbe in una condizione di autentica libertà, là dove questa è sinteticamente definita come la possibilità di “accettare tutto e optare per il meglio”.
Tecniche come il Rebirthing Breathwork, ci permettono, attraverso la loro pratica, di liberarci dall’influenzamento del nostro imprinting, divenendo consapevoli e trasformando le convinzioni sulla vita e su noi stessi che abbiamo tratto soprattutto nella prima fase della nostra esistenza.
Questo significa, in fondo, divenire individui sempre più liberi.